Una pedagogia umanista

Dalla diversità all’originalità, dall’inclusione all’incontro

Secondo il Coaching Umanistico, oggi la scuola potrebbe fare un passaggio paradigmatico e programmatico dall’adattamento all’inclusione e dall’inclusione all’autorealizzazione.

La pedagogia dell’adattamento infatti aveva l’obiettivo di fornire strumenti allo studente per adeguarsi, dunque inserirsi, integrarsi, conformarsi alle regole del contesto scuola e del contesto lavoro. Nell’ottica della pedagogia dell’adattamento il contesto socioeconomico era un dato, invariabile con regole certe e richieste chiare.

La pedagogia dell’inclusione invece considera il contesto destabilizzato e dinamico come potenziale comunità educativa che richiede un’accoglienza dello studente progettuale e incondizionata. L’accoglienza diventa un asse strategico, perché si tratta di accogliere tutte le diversità presenti e i bisogni di ogni alunno.

Sulla scia della pedagogia inclusiva, come coach umanisti preferiamo una pedagogia dell’autorealizzazione, in cui sostituire il termine unicità a quello di diversità ed il concetto di incontro a quello di inclusione. Grazie alla valorizzazione dell’originalità e alla valenza dell’incontro, che abolisce le frontiere che si mantengono sia nell’esclusione che nell’inclusione, si può passare dalla centralità della scuola e della lezione alla centralità della persona e delle relazioni fra persone. Il ponte può essere costituito da valori tipici della migliore tradizione pedagogica quali quello di comunità, ospitalità e responsabilità, allenati nella nuova prospettiva. Percorrendo questo ponte i bambini vengono aiutati a collaborare, a essere autonomi, a prendere iniziative, a sviluppare l’accoglienza dell’originalità fisica e culturale di ognuno e l’esplorazione delle proprie potenzialità. Il contesto dinamico determina anche l’uso flessibile degli spazi, a partire dall’aula scolastica, che vanno rielaborati per passare dal paradigma della prestazione/performance alla promozione integrale della persona in tutte le sue dimensioni.

Si tratta di una rivoluzione paradigmatica che implica l’allenamento pedagogico alla creatività, alla sentimentalità, alla progressiva maturazione dei valori. Questo può permettere nel tempo un allenamento della coscienza emergente in adolescenza. Si tratta di una coscienza sempre più acuta delle proprie potenzialità, attitudini e vocazioni, ma anche della realtà socio-culturale che sta fuori delle scuola e dei mezzi che si hanno a disposizione per agire su di essa e modificarla.

Si ribalta così una visione del mondo passiva (adattamento al contesto dato) divenendo proattiva (autorealizzazione e cambiamento del contesto): sono cosciente di me, del mondo e dei mezzi che ho per cambiare la realtà con, grazie e per gli altri.

Questi passaggi programmatici intrinseci al coaching umanistico implicano una trasformazione del senso stesso dell’insegnamento. Gli insegnanti oggi sono monadi, spesso in competizione fra loro o in antipatici processi di estraneazione reciproca. La centralità antropologica della persona, delle relazioni, dei valori sentimentalmente significativi necessita di docenti che lavorano in team, che tramite il coaching umanistico possono arrivare a elaborare e condividere una visione unitaria. La loro funzione di insegnamento, di progettazione, valutazione e verifica deve essere inserita in una tensione costruttiva di comunità, dove possa vivere un processo di identificazione del singolo col gruppo e del gruppo nel singolo, grazie alla mediazione relazionale.

Possiamo definire tutto questo come una pedagogia umanista!

Luca Stanchieri

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