Esami da paura

Come coach mi imbatto spesso nell’ansia dell’esame. Dai preadolescenti alle prese con le prime interrogazioni fino ad adulti che tornano all’università, l’ansia da esame si ripresenta sempre. Il termine “ansia” indica paura, inquietudine, angoscia, incertezza, timore, sgomento, spavento, preoccupazione, affanno e così via. Si potrebbe definire strizza, vocabolo che associa lo stato di paura a un disagio intestinale. La paura è un’emozione psicofisica, una reazione biologica a una percezione di pericolo. L’esame si percepisce come una minaccia dalle conseguenze dolorose: pratiche, psicologiche e sociali. Sul piano pratico l’esito negativo di un esame significa aver sprecato ore di fatica e doverle rifare; dover ripetere un intero anno di scuola; non poter accedere a una professione o a una possibilità (come avere la patente). Sul piano psicologico possiamo avere un calo dell’autostima o un crollo dell’autoefficacia, una sorta di autocondanna che diventa un nuovo ostacolo. Sul piano sociale possiamo subire uno stigma, come il rimprovero genitoriale, la stroncatura di un professore, il sarcasmo di qualche collega competitivo e la convinzione di aver fatto “una brutta figura”.  Le potenziali conseguenze negative pratiche, sociali e psicologiche rendono l’esame una minaccia di cui aver paura; una minaccia che accomuna persone delle più diverse estrazioni e caratteri. E la paura predispone alla fuga. Quindi chi deve affrontare un esame è predisposto a scappare e invece deve andare verso… come se lo aspettasse un patibolo.

Al contrario nel mio libro sull’Ansia (L. Stanchieri, Come combattere l’ansia e trasformarla), suggerisco di ascoltare sempre la paura, perché ci offre indicazioni, suggerimenti, informazioni che spesso ci perdiamo dando le cose per scontate. In questo contesto, le mille paure diverse ci svelano la dimensione più forte ed essenziale di cosa sia un esame.

Da quando sono stati inventati nell’antica Cina come strumenti di selezione dei funzionari statali, gli esami si sono configurati come un preciso modo di effettuare una valutazione. L’esame, cioè, sotto forma di interrogazione, esame di stato, esame universitario, ecc. ecc.  si configura come la valutazione di una preparazione posta all’interno di una specifica relazione di potere. Chi valuta ha un potere che è dato dal ruolo, chi viene valutato deve conformarsi a questo ruolo. 

Non dobbiamo però confondere “valutazione” ed “esame” (ovvero la forma che assume in un determinato contesto). La valutazione può significare dare valore al sapere. Chi offre questo valore ha sempre un potere, che possiamo definire un potere della competenza. In una dimensione di maestro/allievo la valutazione è parte integrante del processo di apprendimento. Dare e avere feedback sul livello di comprensione, sul tipo di preparazione, sui metodi di apprendimento, sulle idee è parte integrante del processo di insegnamento. Il maestro stesso riceve dall’allievo in modo diretto o indiretto un feedback sull’efficacia con cui riesce a trasmettere il sapere. Il potere della competenza in un processo di insegnamento non è mai unilaterale. Il maestro stesso cresce nella misura in cui apprende, sia sul piano dei contenuti che trasmette sia nel modo in cui li trasmette. L’allievo riesce a apprendere solo nella misura in cui riconosce questo potere della competenza. I primi maestri sono nati mostrando le loro imprese e i loro saperi ad allievi entusiasti di poterne scoprire i segreti (Sloterdij, Devi cambiare la tua vita). Maestri e allievi si sceglievano. Caratteristica intrinseca di questo potere della competenza era la generatività.  Il maestro trasmettendo la sua competenza generava nell’allievo il suo stesso potere, come Socrate quando insegnava la cura di sé. La valutazione assumeva sempre una funzione strumentale al processo di apprendimento/insegnamento. Nell’antichità spesso i maestri cominciavano le loro lezioni partendo dalle domande degli allievi. Epitteto le chiamava diatribe. Nelle prime università, non erano previsti gli esami ma le disputationes. Erano dei veri e propri dibattiti che si svolgevano a lezione. Spesso erano anche gli allievi a proporle ai loro insegnanti.

Solo in seguito le disputationes vennero abolite, sancendo il potere degli insegnanti, che a quel punto non era più un potere della competenza, ma un potere burocratico vero e proprio, fondato sul ruolo e non sul riconoscimento. Nei secoli, la pratica degli esami è divenuta sempre più articolata e complessa, fino a diventare uno degli strumenti di una casta, che proprio attraverso gli esami e l’accesso agli esami riproduceva il proprio potere. Un potere che poteva essere sancito sia da un ordine professionale che da uno stato. Questo potere burocratico era il potere anche del sapere e della valutazione, indiscusso e indiscutibile. Potere divenne sapere.

La pratica degli esami come strumento di potere è servita alle caste per impedire alle donne di accedere all’istruzione superiore e alle professioni intellettuali fino al XX secolo. Ma impedire di accedere agli esami non è servito a fermare la voglia di apprendere e creare.

Sof’ja Vasil’evna Kovalevskaja partì dalla Russia grazie a un matrimonio fittizio, si trasferì in Svezia e in Germania, partecipò alla Comune di Parigi del 1871, emigrò a Londra, tornò in Russia e di nuovo in Svezia. Grazie al suo talento matematico e alle sue ricerche da autodidatta, dopo aver sottoposto alla loro attenzione i propri lavori, ebbe come docenti privati Karl Weiestrass, professore all’Università di Berlino, e Gösta Mittag-Leffler, docente all’Università di Uppsala, matematici di fama mondiale (quest’ultimo propose che venissero ammesse le donne all’Accademia di Scienze, ma la sua proposta fu giudicata inammissibile). Grazie ai loro appoggi, riuscì a inviare la sua teoria sulle equazioni differenziali nota oggi come teorema di Cauchy-Kovalevskaya all’Università di Göttingen, che gli attribuì il titolo di dottorato summa con laude, ma in absentia, perché non poteva accedere all’esame. Nel 1888 vinse a Parigi il premio Bordin per la matematica. Le Accademie svedesi, russe e tedesche le vietarono l’accesso agli esami di ammissione come membro dell’Accademia o come insegnante. Non prese mai la laurea, non fece mai un esame.

Avere paura dell’esame non è un sintomo di fragilità personale, ma è la reazione spontanea a un rapporto di forza che si configura come un rapporto di potere, dove la competenza di chi gestisce l’esame è un requisito possibile ma non verificabile e valutabile da chi si sottopone alla valutazione e dove gli strumenti di valutazione usati per l’esame sono arbitrari (pensiamo all’esame di ingresso per la facoltà di Medicina o Veterinaria). Ed è proprio a causa di questi meccanismi di potere che gli stessi insegnanti delle scuole secondarie si sono sempre rifiutati di essere sottoposti a valutazione. Il potere burocratico può essere anche un potere della competenza (un docente può essere anche un ottimo maestro), ma deve sottostare a leggi e regolamenti (programmi, prove, esami, registri) che sfuggono alla sua stessa volontà. 

Gli esami dovrebbero essere sostituiti da processi di valutazione qualitativa stabiliti ad personam all’interno del percorso maestro/allievo. In tal modo la valutazione sarebbe interna al processo di apprendimento. Secondo il Programme for International Student Assessment (PISA) dell’OCSE, la Finlandia si colloca tra i primi dieci a livello mondiale, mentre l’Italia si attesta al 34esimo posto. In Finlandia, dove certo non tutto è perfetto, sono stati abolite interrogazioni, voti e bocciature fino ai 13 anni. Questo approccio è fondato sulla convinzione che l’apprendimento avvenga in modo naturale e individualizzato, garantendo pari opportunità a tutti.

Il paradigma dell’esame (interrogazione, verifica, compito, voto) come processo indiscusso di valutazione del sapere va profondamente rivisto proprio dai maestri e dagli allievi. Oggi, per ragioni di utilità pratica, la politica ha abolito gli esami di stato per medici, psicologi, farmacisti e tante altre categorie. Perché per altri no? E ancora quale senso ha l’esame di maturità? Quale funzione ha il test a crocette per entrare in una facoltà? Perché le interrogazioni vengono programmate per chi ha un disturbo e non per tutti gli altri? Quale senso ha il voto? E potremmo continuare all’infinito.

Siamo certi che questi esami rappresentano in modo chiaro e inequivocabile un assetto di potere burocratico in crisi di senso e di legittimità e non certo un valido strumento di valutazione. Il processo di valutazione andrebbe modificato ripensando complessivamente al senso e allo scopo dell’educazione e della formazione a tutti i livelli. Quindi la nostra paura deve diventare uno sprone per un cambiamento culturale e pedagogico radicale. Ma nel frattempo?

Epitteto insegnava che nella vita bisogna distinguere quello che dipende da noi, da quello che non dipende da noi. Fantasticare su un esame, cercare di carpire le possibili domande, concentrarsi sul possibile esito, immaginare le conseguenze significa immergersi in un bagno di impotenza ansiogena. Non abbiamo alcun potere di controllo su questi fattori. Dobbiamo fare come Sof’ja , che coltivò la sua vocazione matematica e letteraria, scelse i suoi insegnanti e sviluppò uno straordinario talento che la annovera oggi come una delle protagoniste nei libri di storia delle scienze. Seguendo Epitteto e Sof’ja , dobbiamo indirizzare ogni nostra energia all’apprendimento e al modo con cui apprendiamo. Studiare e concentrarsi sulla materia da studiare è l’unico modo per comprendere come sviluppare un metodo che sia personale e originale. Il sapere è un processo lento, faticoso e impegnativo che non ha scorciatoie, anche senza che ci sia un esame. I corsi di lettura veloce o di memoria sono delle trappole mortali per la comprensione, l’assimilazione, il pensiero critico e creativo. Il sapere è lento, metodico, impegnativo. E’ una fantastica e straordinaria avventura intellettuale. Il percorso di coaching, dunque, trova un senso proprio nell’allenarsi a scoprire le proprie vocazioni intellettuali, ad allenare le potenzialità personali come mezzi di apprendimento, a scovare il proprio metodo di studio e di ricerca, ad assimilare personalmente ciò che si studia e a farlo proprio.  Sof’ja  scrisse a una sua amica: “Sei sorpresa che io mi occupi contemporaneamente di letteratura e matematica. (…) In realtà la matematica è la scienza che richiede immaginazione in sommo grado. (…) è praticamente impossibile essere matematico senza essere poeta almeno nello spirito. (…) A me sembra che il poeta debba percepire ciò che gli altri non vedono, debba avere una visione più profonda. E così deve fare il matematico”.  Sof’ja  riusciva a vedere la poesia nella matematica, perché l’aveva fatta propria. Se, come Sof’ja , riusciamo a trasformare il sapere in uno strumento per vivere meglio ed essere più competenti e felici, possiamo affrontare a testa alta qualunque esame. Al di là dell’esito aleatorio e imprevedibile di un esame, l’amore per il sapere è una fatica che vale la pena fare. Ed è un’impresa che dipende solo da noi e dai maestri che scegliamo e riconosciamo. Solo così il sapere può divenire potere.

A presto!​​​

Luca Stanchieri

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