A che serve studiare?

La condanna o il privilegio di studiare come allenamento fondamentale del processo di formazione risale, come molte altre fortune o sciagure, agli antichi greci. Quando per la primissima volta nella storia umana, l’essere umano è stato preso in considerazione come essere avente potenzialità proprie, ciò che lo ha distinto dall’animale è stata la prassi dello studio, la principale attività della sua mente vitale.  Le città, le opere d’arte, i mestieri, in breve l’intera civiltà è stata fondata sullo studio. Studiare significa allenare l’arte del ragionamento, della parola e della persuasione. Lo scopo dello studio è sempre stato quello di conoscere e creare, sapere e costruire. L’umanità colta, che in Isocrate era l’espressione alta del potenziale umano, è diventata Humanitas in Cicerone, che l’ha tramandata a Petrarca e che poi è arrivata fino a noi. Aristippo, uno scolaro di Socrate, disse: “Vale più un mercante che un ignorante, perché al mercante manca il denaro, all’ignorante manca l’umanità”. Humanitas era dunque umanità che si emancipava dalla sua ignoranza.

Ma oggi a che serve studiare a scuola? Dipende dal punto di vista. Un patto scellerato fra studenti e docenti prevede che si studi per prendere i voti. Eppure, in molte scuole del mondo dove i voti sono stati aboliti, si studia di più e meglio (come in Finlandia). Alcuni ottimisti ci dicono che studiare serve per essere bravi cittadini o lavoratori preparati; ma ci sono cittadini molto disonesti che hanno la laurea e lavoratori molto competenti che hanno studiato molto poco. Altri con un po’ di nostalgia dicono che studiare serve a conoscere le materie che si studiano. Quindi lo studio servirebbe a studiare, una tautologia.

Studiare è un’attività con esercizi diversi, per qualità, intensità, numeri e ripetizioni. I programmi di allenamento prevedono ascoltare un insegnante, leggere e comprendere un testo, rileggerlo più volte per assumerlo e memorizzarlo, esercitarsi negli esercizi o nei componimenti, creare ed elaborare testi. Tali esercitazioni richiedono costanza e fatica, in una parola impegno, spesso sofferenza. Studiare non può essere un’attività slegata dall’oggetto di studio. E spesso diventa vocazione, missione appassionata. Ma questa vocazione di norma si scopre dopo la scuola, se va tutto bene; ma richiede comunque sacrificio e fatica. Anche chi ha una vocazione, fatica a studiare.

Gli anni scolastici servono soprattutto per sperimentarsi e conoscersi frequentando tutte le aree del sapere e delle creazioni umane.

Se riprendiamo lo spunto degli antichi saggi, possiamo ipotizzare che studiare in adolescenza, al di là della materia e dell’oggetto di studio (non importa se arte o matematica) e al di là dei contenuti studiati (quanto potremmo migliorare su questo!!!), è un allenamento amorevole e lungimirante alla cura di sé. Prendersi cura di sé è l’espressione pratica di un salubre amore per se stessi; concepirsi e trattarsi come esseri umani che hanno straordinarie potenzialità e facoltà da usare, affinare, trasformare. Esercitarsi ad assumere un testo o a crearlo, allena ogni nostra facoltà. Smuove i sentimenti, sfida l’intelligenza e il ragionamento, rafforza la memoria, ispira l’immaginazione, raffina la percezione e sfida la coscienza. Lo studio si avvale in adolescenza della spinta biologica del Sistema Nervoso Centrale, sospingendo quella lunga rivoluzione delle sinapsi che viene chiamata Plasticità. Lo studio crea e costruisce il motore della mente esattamente come lo sport costruisce il motore cardiocircolatorio. Assumere la logica matematica richiede perseveranza, elaborare un testo implica letture diversificate e attente, capire la storia richiede immedesimazione e fantasia: ma ogni materia richiede massicce dosi di empatia. Tutto ciò che viene studiato è un prodotto umano. Non c’è una sola riga che non sia stata pensata da un essere umano. Ogni numero, lettera o simbolo che si studia è opera umana. Persino quando si studia da soli, si è in collegamento con altri esseri umani, perlomeno grazie a quel social media straordinario che è il libro. Qualcuno l’ha scritto proprio per chi lo sta studiando. Lo studio dunque è attività individuale e relazionale insieme.

Alla lunga studiare diventa un’attività metacognitiva. Lo studioso studia se stesso, ovvero apprende su come apprende, memorizza come sa memorizzare, capisce come viaggia il suo pensiero, percepisce le proprie forze e potenzialità intellettuali. Impara a capire come sa imparare. Dunque acquisisce una preziosissima coscienza di sé, delle sue facoltà, di come funzionano, del livello a cui possono arrivare se esercitate. Non è sufficiente questo per capire a che serve studiare? Se non bastasse, potremmo parlare dell’oggetto di studio, dalla matematica alla storia passando per un viaggio nel tempo e nello spazio che sono le materie umaniste.

Mi rendo conto che argomentare a che serve studiare è impresa debole. Mi sembra di descrivere la bellezza del nuoto e delle immersioni a chi non ha mai visto il mare. Alla fine, temo che l’importanza dello studio la capisce solo chi studia. Perlomeno questo articolo servirà a loro. Ma non si sa mai.

In ogni caso, studiosi e non, vi aspettiamo al Future Talent Camp, il camp di orientamento vocazionale per adolescenti, quest’estate!

Luca Stanchieri

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