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A che serve il rispetto?

A che serve il rispetto?

Del rispetto si parla spesso, ma di rado in positivo: “quel ragazzo è straordinario perché sa rispettare gli altri” è frase che sentiamo molto meno di “i ragazzi non hanno più rispetto”. Se c’è il rispetto lo diamo per scontato, se manca ce ne lamentiamo. Ma nessuno riflette su cosa significhi rispetto. E in un’epoca di stravolgimenti culturali come la nostra, di cui gli adolescenti sono pieni protagonisti, ogni paradigma di base è soggetto a scossoni, quindi anche il rispetto va ripensato.

Per lungo tempo il rispetto si è dato su una modalità relazionale di stampo verticale. Il rispetto indicava il pudore, la soggezione e la paura di fronte a un’autorità riconosciuta in un rapporto asimmetrico fra superiore e inferiore, fra maggiore e minore, fra più o meno potente. Nell’epoca moderna, la fonte asimmetrica del potere e dunque del rispetto era incarnata dal ruolo. Si dava per scontato che ricoprire quel ruolo era condizione sufficiente per comprendere il valore della persona che lo ricopriva. Il politico, l’insegnante, l’imprenditore, il genitore ricoprendo quei ruoli erano degni di rispetto e di timore. Quel ruolo dava anche il potere di reprimere e punire. Rispetto e timore andavano di pari passo.

In epoca moderna, gli adolescenti hanno cominciato a rifiutare il concetto di rispetto imposto dalla paura e a sottrarsi al concetto di obbedienza alle regole come imposizione. Gli adolescenti vogliono capire che cosa sia il vero rispetto.

Possiamo spiegare una concezione altra del rispetto, più interessante e più stimolante. Fonte di ispirazione è Immanuel Kant filosofo umanista del XVIII secolo. Il professore prussiano ha liberato il rispetto dai giochi di potere e di soggezione per donargli un valore alto e profondo al tempo stesso. Per Kant il rispetto è l’attribuzione di un valore, un’attribuzione che è sentita e scelta.  Il rispetto è dunque in primo luogo un sentimento affettivo, un atteggiamento di apertura, una disposizione intenzionale. Questo sentimento intenzionale non è più indirizzato verso l’autorità, ma verso se stessi, gli altri e l’umanità. Non più ruoli o poteri ma persone.

Il rispetto deriva da una legge morale che intuiamo in ognuno di noi. Questa legge morale ci dice che la vita umana è sacra ovvero degna di assoluta stima e amore; la capisce al volo chiunque ami la vita, a partire dalla propria. Il rispetto, liberato della paura, è una disposizione sentimentale che riconosce valore sacro alla vita, ovvero la considera piacevole, bella, meravigliosa. Ne discende che essendo il sé, la relazione con gli altri e l’umanità incarnazione della vita, essi meritano il rispetto. Non si può rispettare l’altro se non si rispetta se stessi e il contrario. Essendo le cose degne di rispetto manifestazioni della sacralità della vita, il rispetto si configura come atto di riconoscimento e rispecchiamento. Ti riconosco come valore, ti rispecchio in me e rispecchio me in te. Anche il peggiore fra gli uomini essendo parte dell’umanità è degno di rispetto. Si rispetta cioè la sua vita, prima del suo comportamento morale. Da qui derivano lo straordinario principio socratico di non rispondere all’ingiustizia con ingiustizia e il rivoluzionario auspicio di Gesù di amare i propri nemici. Da qui deriva la domanda di un giovane di essere rispettato per imparare cosa sia il rispetto.

Il rispetto, nella concezione umanista, è un sentimento scelto. Fa parte della nostra autodeterminazione libera e cosciente rispettare gli altri in quanto esseri viventi. E questo non è una limitazione della nostra libertà, ma un suo moltiplicatore. Perché il rispetto verso una persona considerata di valore in quanto tale, permette di scoprirla, conoscerla, costruire con lei una relazione. Il rispetto costituisce così la base della conoscenza e ri-conoscenza. E’ la disposizione, la base, il presupposto che ci permette di valutare come le persone usano la loro vita. Dal rispetto nasce il dialogo e dunque la conoscenza e dalla conoscenza nasce la diversità, il discernimento, la distinzione. In funzione delle scelte che fanno, ci possono essere persone che ammiro, altre che stimo, altre che amo, altre a cui voglio bene; ma ci può essere anche chi detesto, non sopporto o giudico molto negativamente. A tutti va il mio rispetto, ma non tutti sono degni di amore e ammirazione. Il rispetto dunque è una dimensione che permette la relazione. Dalla relazione di scambio e conoscenza nascono le relazioni affettive o avversative/difensive. Ma il rispetto è anche scelta etica unilaterale. Seguendo i canoni socratici e cristiani non smetto di rispettare la vita anche di colui che non rispetta la mia. Lo rispetto ma so difendermi senza abbassarmi alla sua incultura e ignoranza. Questo atteggiamento è il presupposto perché chi non prova rispetto per la vita cambi idea. Se la cultura del rispetto per la vita fosse condivisa dal genere umano, non ci sarebbero più né violenza né guerre. Obiettivo per cui vale la pena credere nel rispetto.

 

Luca Stanchieri

Coach e Direttore della Scuola di Coaching Umanistico

luca stanchieri 

 

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