A che serve la fiducia in se stessi?
La psicologia influenza il modo di pensare spargendo concetti di uso comune. Se prima si parlava di inconscio, Super Io, pulsioni, libido, rimozione, nevrosi, lapsus, oggi si parla di autostima, narcisismo, forza di volontà, motivazione, resilienza, ecc. Il problema è che quando i concetti non si precisano, la confusione prevale e le esigenze non trovano risposte. Così quando parliamo di fiducia in se stessi, percepiamo il tema di un intimo rapporto con la propria soggettività, ma se dovessimo darne una definizione, ci troveremmo a parlare lingue diverse. Il senso comune è ambivalente: assimila ma confonde, apprende ma banalizza. “Fiducia” e “se stessi” sono due universi polisemici, che se non ancorati e dettagliati, evocano grandi emozioni ma scarse idee.
Secondo il Coaching Umanistico, la fiducia è una composizione complessa di fattori sentimentali, valutativi e predittivi. La fiducia parte da un sentimento positivo, correlato al piacere, di sicurezza e affidabilità verso un oggetto (se stessi, gli altri, la vita). Il sentimento ispira e si ispira a una valutazione dell’oggetto come buono, degno e meritevole ovvero composto da beni. Sentimento e valutazione innestano un fattore di previsione: ci si aspetta che il potenziale di sviluppo dell’oggetto possa essere positivo e più che positivo. In breve se ho fiducia in una banca, sento che è affidabile, valuto che è sicura, prevedo che posso depositare i miei risparmi e riaverli quando lo vorrò.
Con il termine “se stessi” invece possiamo intendere la nostra soggettività complessa, la nostra individualità specifica, l’identità in cui ci riconosciamo pienamente. E allora a che serve la fiducia in se stessi?
La fiducia in se stessi serve nella misura in cui ci diamo uno scopo, esattamente perché ha una componente predittiva di fondamentale importanza che riguarda la nostra possibilità di raggiungerlo. Uno scopo è un attrattore, che ci sospinge a elevarci, a superare un dislivello grazie al quale siamo migliori rispetto al punto di partenza. L’arte di vivere comporta una continua scelta di attrattori che richiedono autosuperamenti virtuosi, nonostante ogni tipo di ostacoli. L’attrattore è quell’esemplare che invia un segnale di invito a raggiungerlo, che percepiamo con fiducia e incredulità. Siamo continuamente sfidati dalla verticalità, a tal punto che potremmo dire che l’acrobatica (da akros, alto, cima, e bainen, andare, camminare) è la condizione umana normale per chi vuole crescere allenando le forme del sapere e del saper fare. L’essere umano fonda la fiducia in se stesso sulla coscienza delle proprie potenzialità, quelle che permetteranno lo sviluppo di capacità e abilità atte a raggiungere lo scopo. Allenando e realizzando le potenzialità, la fiducia in se stesso diventa un’abitudine, ovvero una predisposizione assimilata grazie al continuo esercizio. Ogni attrattore, una volta raggiunto, diventa un nuovo punto di avvio verso nuovi attrattori. Ciò che riesce bene subisce l’attrazione da parte del meglio. Allenare gli adolescenti a una sana e dunque cosciente fiducia in se stessi valorizza la libertà di creare un progetto di vita che sperimenti una vita degna di essere ammirata come un’opera d’arte.
La fiducia in se stessi non esclude insicurezze, paure o ansie. Anzi le valorizza, ascoltandone il messaggio, e le trasforma in punti di forza. Le paure, se governate, anticipano ostacoli, rivelano errori, richiamiamo la prudenza, evitano i pericoli. La paura mi fa studiare di più, mi fa allenare meglio, mi fa evitare atteggiamenti negativi, mi spinge a non sottovalutare la fatica, garantendo il giusto recupero. Le paure e le insicurezze sono utili se specifiche e determinate, se suscitano domande a cui si possono risposte, se sollevano problemi che dobbiamo risolvere. Le paure diventano negative solo quando si trasformano in sfiducia in se stessi. La sfiducia in se stessi è un pregiudizio che impone la rinuncia per paura del fallimento, che trasforma ogni errore in un’occasione per mollare, ogni sconfitta in un condanna senza appello, ogni ferita nella convinzione che si è indegni di amore. La sfiducia in se stessi distrugge il principio della speranza.
Contro questa sfiducia Socrate si è battuto fino alla morte. Il suo messaggio scardinante, come fondatore del primo umanesimo, fu “prenditi cura di te stesso”. Prendersi cura di sé presuppone avere fiducia nella propria anima, che, per Socrate, era la coscienza dei valori per cui vivere è magnifico. Obbligando al riconoscimento della propria ignoranza, Socrate suscitava l’impegno a una libera ricerca personale verso un ideale di vita più alto di quello che la società sapeva proporre nell’immediato. In questo contesto il conosci te stesso non era l’invito a sapersi limitati, ma un’esortazione “alla conoscenza del divino che è in noi, della natura divina dell’anima, della dignità e nobiltà della natura umana”. (Mario Montuori, “Socrate: fisiologia di un mito”, p. 99).
Per Socrate avere fiducia in se stessi, significa avere fiducia nella propria anima, la psychè, che è la nostra personalità intellettuale e morale da curare, creare, scoprire. Curare la propria anima implica lavorare per la propria formazione interiore, scardinando abitudini e culture sedimentate, per creare un nuovo modo di vivere, amare, costruire. Per questo Socrate fu condannato a morte: il potere politico tremava al solo pensiero che i giovani potessero ragionare con la propria testa. Perché Socrate aveva fiducia nei giovani, nelle loro possibilità e potenzialità di innovazione.
Avere fiducia in se stessi, nelle straordinarie potenzialità della propria coscienza, è un atto di amore e di impegno, che può permettere di costruire qualcosa di significativo. Significativo è ciò che rende felice se stessi e gli altri. Non il potere, la ricchezza, la fama o l’inedia, l’accontentamento o l’adattamento cinico e risentito, ma la ricerca della felicità propria e altrui grazie al progetto di una vita significativa è l’attrattore principale, lo scopo fondamentale della fiducia in se stessi. Un’impresa che è epica e estetica perché, come affermava Socrate, ciò che è bene è anche straordinariamente bello.
Un’impresa a cui i ragazzi si alleneranno in agosto al nostro Future Talent Camp.
Luca Stanchieri
