L’altruismo: la dimensione verticale del comportamento umano

È difficile credere che l’altruismo sia una caratteristica dell’essere umano. Contro l’altruismo testimoniano intere epoche storiche, abitudini economiche consolidate e vicende autobiografiche. Guerre e attentati, truffe e macchinazioni, tsunami finanziari e piccoli approfittatori, delusioni personali e tradimenti subiti o orchestrati ci dicono che l’uomo è egoista. Pensa solo ai propri interessi. Un’intera schiera di filosofi, da Machiavelli a Hobbes, lo ha anche teorizzato. Si parla persino di altruismo egoista. L’altruista viene presentato in realtà come qualcuno che persegue sempre il proprio interesse, che vuole creare un’immagina positiva di sé, allenare il suo narcisismo, evitare riprovazioni sociali o guadagnare un’ottima reputazione. Eppure, nonostante le terribili vicende umane e le teorie filosofiche, l’altruismo continua a riemergere nella realtà umana. Uomini che salvano altri uomini rischiando la loro vita, eroi che si svelano nelle situazioni di emergenza e mille gesti di quotidiana gentilezza ripropongono sempre la questione.

Lo psicologo Michael Tomasello ha dimostrato che i bimbi fra il primo e il secondo anno di vita hanno una tendenza altruistica ad aiutare il prossimo mettendo da parte il vantaggio personale. Sono gli unici cuccioli di specie a farlo e prima che intervenga l’educazione. Lawrence Blum (2015) in Business Ethics definisce l’altruismo l’azione tesa a favorire il benessere altrui, anche senza richiedere sacrificio personale. Altri autori (Barker, 1997; Staub, 1991; Staub, 1992) si sono occupati della leadership altruistica definendola come la leadership che guida gli altri con l’obiettivo finale di contribuire al loro benessere.

 

Sulla base delle più recenti ricerche scientifiche, l’altruismo potrebbe essere definito un’azione o un complesso di azioni teso a favorire il benessere altrui. In ambito aziendale, nel modello Coaching Positive Leadership, questa azione si articola su tre dimensioni differenti:

  1. Il rapporto fra leader e collaboratori: il leader non solo dirige ma forma i collaboratori, permette loro la valorizzazione di attitudini e potenzialità, crea contesti di crescita professionale favorendo il benessere personale e il raggiungimento dell’efficienza;
  2. Il rapporto fra collaboratori: l’altruismo permette la cooperazione, il decentramento, il lavoro di squadra; l’altruismo dimostra che l’individuo competitivo riesce a fare più carriera dell’individuo cooperativo; ma se ci spostiamo a livello di gruppi e di azienda, sono le squadre che cooperano a essere più competitive di quelle dove ci sono solo individui competitivi;
  3. Il rapporto fra azienda e cliente: l’altruismo verso il cliente sotto forma di dono e di reciprocità crea un valore aggiunto che trasforma la soddisfazione del cliente in una sorpresa e meraviglia.

Potremo definire la gentilezza una combinazione fra un sentimento di amore, una rappresentazione delle esigenze altrui e delle proprie possibilità di aiuto, un’azione il cui obiettivo è migliorare il benessere altrui. La gentilezza dunque implica amore, empatia, coscienza di sè e decisione di azione. Non c’è gentilezza senza azione. L’azione può essere un gesto, una parola, un dono, persino un sorriso. Può essere minuta o eclatante.

Alla base c’è un sentimento complesso. L’amore predispone a una dimensione empatica e simpatica (o simpatetica). La simpatia implica non solo identificarsi ma partecipare agli affetti altrui, nella consapevolezza della loro alterità. La simpatia è un sentimento di trascendenza verso l’altro che determina una rappresentazione mentale delle sue condizioni. Non è un richiamo a esperienze già trascorse, ma un sentire di entrare nell’altro, nella sua individualità originale. Ma non solo. La gentilezza è anche un valore nella misura in cui ciò che sentiamo dell’altro ci induce a essere utili, che è bene, bello e giusto incrementare il suo benessere. Il passaggio, seppure istantaneo, è la coscienza che abbiamo risorse che messe a disposizione dell’altro, incrementano il suo benessere. So che posso farlo e dunque decido di farlo. L’empatia si deve coniugare con l’autocoscienza. La trascendenza deve combinarsi con la consapevolezza di chi sono io per aiutarlo.

Diversamente da quel che accade per le potenzialità come l’amore, la spiritualità o la creatività, sappiamo esattamente e immediatamente cosa sia la gentilezza. Proprio il fatto di sapere cosa sia un gesto gentile ci rende più facile sia lo sceglierlo che il rifiutarlo. La gentilezza dunque è sempre una scelta che prelude a un’azione.

Di fronte a questa eclatante tendenza altruistica, ovviamente i detrattori delle potenzialità umane hanno dovuto intravedere un desiderio in ultima analisi egoistico. Così diventiamo altruistici perché proviamo pena per l’altro e non vogliamo più provarla, perché se non lo facciamo incorriamo in una situazione di condanna sociale, o ancora che siamo gentili perché ne possiamo andare orgogliosi.

Analizzando la ricerca sull’altruismo, in psicologia, in sociologia, in economia e in biologia, Piliavin e Chang (1990) hanno osservato: “Appare esserci un “cambio di paradigma” dalla più recente posizione che il comportamento che sembra essere altruistico debba, sotto un’osservazione più attenta, essere giustificato da motivi egoistici. Piuttosto, la teoria e i dati che ora sono stati scoperti sono più compatibili con la visione che il vero altruismo inteso come agire con l’obiettivo di beneficiare un’altra persona esiste ed è parte della natura umana” (p. 27).

Tutto il dibattito sull’autenticità o meno della motivazione altruistica, ci dice solo che ci è particolarmente difficile riconoscere che proviamo sentimenti di piacere straordinari dalle nostre azioni generose.

 

 


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