Intelligenza sentimentale: il caso Sully

IL CASO SULLY

Alle 3.25 pm del 15 gennaio 2009 l’Airbus A320-214 decolla dall’aeroporto LaGuardia di New York. Dopo 2 minuti e 11 secondi, a una quota di 2700 piedi (820 m), l’aereo impatta contro uno stormo di oche canadesi del peso di cinque chili (birdstrike) l’una ed entrambi i motori vanno fuori uso.
Il comandante Chesley Sullenberger III, Sully, si ritrova sui cieli di New York a motori spenti e 155 persone da riportare a terra. Alle 3:27:36 il comandante comunica alla torre di controllo la perdita di potenza, e comincia la manovra per tornare al LaGuardia. Il controllore di volo blocca tutte le partenze, e dice a Sullenberger che può virare a sud est e atterrare sulla pista 13, ma a questo punto il comandante risponde di non esserne più in grado. Alle 3.31, cioè meno di quattro minuti dopo la comunicazione dell’avvenuto birdstrike, il comandante Sully sta ammarando con successo nelle acque dell’Hudson. I 155 passeggeri sono tutti salvi. L’impresa è stata definita “il miracolo sull’Hudson”, e il comandante Sully è diventato un eroe nazionale.

Risentendo le registrazioni, Sully è rimasto sbalordito di se stesso. “La più grande sorpresa per me, ascoltando la registrazione, è stata la velocità con cui tutto è successo. L’intero volo è durato 5 minuti e 8 secondi.” In realtà dall’impatto con gli uccelli all’ammaraggio sono passati 208 secondi.
Il secondo elemento che ha sottolineato è il lavoro di team con il suo copilota Jeff. Riascoltando la registrazione, lui stesso sottolinea come in quel lasso di tempo i due piloti non sembrano né confusi né preoccupati, sembrano impegnati. “Grazie al nostro allenamento e alla nostra immediata osservazione nel momento di crisi, ognuno di noi ha capito la situazione, sapeva cosa andava fatto e cominciò immediatamente a svolgere il suo ruolo in modo urgente ma anche cooperativo”. E continua “dovevamo mantenere il controllo dell’aeroplano, analizzare la situazione, agire step by step, e prendere decisioni critiche senza essere distratti o terrorizzati.”
“Fu terribile e meraviglioso al tempo stesso”.

Per spiegare come presero la decisione, ci viene in aiuto un brillante scienziato cognitivo Gerd Gigerenzer (2015). Nel suo libro “Risk Savvy” parla di scelte in contesti di rischio, e sostiene la grande utilità delle euristiche, cioè regole pratiche che nascono dall’esperienza. L’autore mostra come in contesti anche complessi, euristiche molto semplici possono ottenere risultati migliori di modelli matematici complessi e di difficile applicazione.
Tra i casi che Gigerenzer cita c’è proprio quello del volo 1549. Bisogna tener presente che toccare terra prima dell’aeroporto sarebbe stato catastrofico per passeggeri, equipaggio e abitanti della zona. I piloti si accorsero che non sarebbero mai arrivati sulla pista di atterraggio. Si potrebbe pensare che i piloti misurarono la velocità, il vento, la distanza, e immisero queste informazioni in un computer per prendere la decisione (cosa che fece la commissione di inchiesta non calcolando che la decisione venne presa in un minuto). Usarono invece una semplice regola, frutto di migliaia di ore di volo e di addestramento: “fissa la torre di controllo: se va verso l’alto del parabrezza non ce la puoi fare”. Il copilota Jeffrey Skiles intervistato in una trasmissione televisiva ha spiegato: “Quando voli su un aeroplano, non è questione di calcolo matematico ma visivo, tipo che se a una cosa non ci puoi arrivare, quella va più su del parabrezza e se invece finirai più in là, si abbassa”. E quella volta il punto che avrebbero voluto raggiungere (la pista a fianco della torre) saliva anziché scendere. Puntarono sul fiume Hudson e salvarono tutti.

Focalizzazione, attenzione, addestramento, utilizzo di regole semplice, lavoro di squadra sono state essenziale. Ma i sentimenti?

 

Sul piano emotivo, Sully racconta che erano impegnati e concentrati. Non erano spaventati o terrorizzati. Ma i sentimenti erano presenti e lavoravano incessantemente per dirigere le azioni. Perché Sully dice “terribile e meravigliosa”? Terribile è facile da capire, ma meravigliosa?
In primo luogo Sully faceva un lavoro che amava oltre ogni misura. La sua vocazione nasce a cinque anni. “A cinque anni, sapevo che avrei speso la mia vita volando.” A sedici anni pilotava. Già a 24 anni era un pilota di caccia. Nel 2009 aveva accumulato 42 anni di esperienza. Sully scrive: “E’ molto importante che le persone trovino lavori che corrispondano ai propri punti di forza e alle loro passioni. Le persone che amano il proprio lavoro lavorano con più diligenza. Diventano più abili nell’affrontare la complessità dei loro compiti. Fanno bene al mondo”.
Sully amava il proprio lavoro e per questa passione lo svolgeva al meglio. E si era preparato. Questo sentimento situazionale (la vocazione) lo ha accompagnato tuta la vita.
In secondo luogo, Sully teneva ben presente il suo ruolo e la responsabilità di salvare le vite che aveva in custodia. Ascoltiamolo di nuovo: “Feci la promessa a me stesso all’età di 13 anni che se mi fossi trovato in una situazione dove qualcuno come Kitty Genovese (una donna violentata che aveva richiesto aiuto senza che nessuno lo facesse) avesse avuto bisogno del mio aiuto, avrei scelto di agire. Nessuno in pericolo sarebbe stato abbandonato” (p. 152) E ancora: “Attraverso i media, noi tutti abbiamo sentito di persone ordinarie che si trovano in situazioni straordinarie. Esse agiscono coraggiosamente e responsabilmente, e i loro sforzi sono descritti come se avessero scelto di agire in quel modo spronati da quel momento. Tutti abbiamo letto le loro storie: l’uomo che salta nei binari della metropolitana per salvare un estraneo, il vigile del fuoco che entra in un palazzo in fiamme cosciente dell’enormità del rischio, l’insegnante che muore proteggendo i suoi alunni durante una sparatoria a scuola. Io credo che molte persone in queste situazioni abbiano preso la decisione anni prima. In qualche momento della loro vita, sono giunti a definire quali tipo di persone volessero essere e hanno condotto le loro vite coerentemente. Hanno detto a se stessi che non sarebbero stati osservatori passivi. Se chiamati a rispondere in un modo coraggioso o disinteressato, lo avrebbero fatto.” (pp. 151-153).
Sully era rimasto scioccato dal fatto che Kitty Genovese non era stata aiutata. Aveva sentito l’orrore di una donna che non viene difesa in un momento di estrema violenza. E aveva fatto una promessa a se stesso. Lui l’avrebbe salvata. Aveva tredici anni quando prese atto che il suo sentimento di amore per la vita si traduceva in un amore per l’umanità e il senso della sua vita sarebbe stato quello di essere utile nel momento più opportuno. Sully ha preso una decisione il cui fondamento sentimentale e dunque etico era sorto nella sua adolescenza. “Ho cercato di essere d’aiuto agli altri. E ho cercato di educare le mie figlie al concetto che tutti noi abbiamo il compito di dare valore alla vita, perché è così fugace e preziosa”. (p. 153)
Nel momento in cui ha salvato 155 vite, Sully ha compiuto la promessa che aveva fatto a se stesso quando aveva tredici anni. E ci è riuscito. Per questo ci dice che è stata un’esperienza meravigliosa.

Bibliografia
Sullemberger III C. B., Highest Duty, 2009, Harper Collins (dal libro è stato tratto il film Sully di Clint Eastwood)
Gigerenzer G., Imparare a rischiare, come prendere le decisioni giuste, 2014, Raffaello Cortina Editore


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