Enrico Mattei: ritratto di un imprenditore anomalo

Enrico Mattei: ritratto di un imprenditore anomalo

Ci sono molti modi per raccontare le gesta talentuose di esseri umani che si sono distinti nella storia. Una di queste è spiegare i prodotti delle loro opere. Un’altra, tipica del coaching, è cercare di comprendere i programmi di allenamento che hanno permesso lo sviluppo del talento che genera le opere. Nei nostri ritratti, cerchiamo di comprendere il talento come storia dell’allenamento che l’ha forgiato nel tempo. Questa metodologia può essere applicata nel campo biografico all’arte, allo sport, alla scienza, all’economia. In questa breve ricerca, la useremo per comprendere la vicenda umana, politica, imprenditoriale di Enrico Mattei.

I parte: gli anni di allenamento

La vita di Mattei si distingue in due parti: la prima, preparatoria, finisce all’inizio della guerra mondiale; la seconda comincia dalla resistenza e procede fino alla sua morte. Con un grande grado di approssimazione, possiamo definire la prima come l’allenamento, la seconda come la gara.

Mattei non nasce dotato di talento, non è predisposto all’iniziativa né a una vita incentrata sulla fatica e sull’obiettivo. Il padre di Mattei, sottoufficiale dei carabinieri, “eroe per caso” nella cattura di Musolino, non spicca per ambizione. Le sue scelte professionali, lo spiccato autoritarismo in casa, la scelta di Matelica come paese adottivo, dove si vive tranquilli e si mangia bene, non lo rendono certo un modello di ascesa sociale. Ben più dinamica e attenta è la madre Angela, figlia di un costruttore edile, che dà prova d’iniziativa, inventandosi lavori di sartoria o consulenze alle donne che hanno diritto alla pensione di guerra dopo il primo conflitto.

Per Enrico, primo di cinque figli, il progetto del padre è che deve studiare, magari laurearsi, forse arruolarsi. Grazie a Nonna Ester, una donna con una grande vocazione all’insegnamento, ex direttrice dell’asilo del paese, gli studi alle elementari cominciano bene ma naufragano alle soglie della preadolescenza. Mattei si ferma alla sesta elementare e si rifiuta di studiare, entrando in conflitto con il padre. I risultati scolastici sono disastrosi. E’ demotivato, indolente, indisciplinato. Marina spesso la scuola, legge poco o niente, passa i pomeriggi con gli amici per le strade del paese.

Di fronte alla noia dello studio, il preadolescente, ben lontano dall’ipotesi di sviluppare il proprio talento, scopre la felicità come piacere immediato, da consumare con gli amici. Il padre è costretto a prendere atto delle “attitudini” del figlio. Lo toglie dalla scuola e lo manda a lavorare in modo che contribuisca all’economia della famiglia. Il ragazzo non dimostra alcuna motivazione. Fa il garzone di bottega, il fattorino, il cameriere, ma spesso si assenta, è irresponsabile, e viene licenziato. E’ un peso morto che sfugge all’autorità paterna. Quei lavoretti, faticosi e malpagati, non lo soddisfano né lo coinvolgono. Mattei è incapace di adattarsi. E’ probabile che proprio il padre, un uomo senza ambizioni di autosuperamento, alla ricerca di una vita tranquilla e rassicurante, diventi il suo primo modello.Un uomo senza ambizione viene declinato da un preadolescente in un modello di divertimento senza prospettive. E’ la forza immediata e forgiante dell’educazione implicita che conta più di mille prediche e castighi. La vita statica, fondata sul piacere del mangiare e del non avere problemi, in un preadolescente diventa la ricerca di un divertimento lontano dalla fatica. A meno che non sia coinvolgente. E in questo periodo che Mattei si appassiona della pesca, un amore che non abbandonerà mai.

A quindici anni, Mattei va a fare l’operaio in una fabbrica di letti in ferro. Un’impresa innovativa che l’imprenditore, Cesare Scuriati, aveva fondato da poco. I letti in ferro erano moderni, sostituivano quelli in legno, troppo costosi o scadenti, avevano un buon prezzo. Mattei comincia prima con il levigare il ferro, poi passa alle vernici. Sembra cominciare a interessarsi al lavoro. Forse inizia a pensare alle ragazze e a farsi una posizione. Capisce che, nelle gerarchie sociali, chi sta in alto ha innumerevoli benefici e privilegi, di cui lui non può usufruire. Lavora dieci ore al giorno per sei giorni a settimana per una paga misera, che non gli permette certo di comprare bei vestiti. Nell’organizzazione del lavoro di una volta, c’è sempre spazio per sfruttare adolescenti con il corpo da uomo e la dipendenza di un bambino. In fabbrica lavora il suo amico Gaetano Fabiani, che gli insegna il mestiere. Impara a verniciare e decorare, conosce le proprietà chimiche delle vernici, degli smalti e delle resine. Il lavoro è duro. L’odore tossico della vernice fa piangere e vomitare.

L’amicizia con Gaetano s’intensifica. Durante le giornate e nelle passeggiate serali, si confidano segreti, innamoramenti, si scambiano sogni, progetti. Mattei comincia a sentire l’esigenza di una vita diversa. La felicità fondata esclusivamente sul piacere edonistico, l’esempio di una vita rassicurante ma misera, non lo attraggono più. Sente dentro di sé che potrebbe fare meglio e di più.  L’ambiente ristretto del paese di campagna lo soffoca. Comincia una nuova fase d’inquietudini.

I due ragazzi tentano l’avventura. Di nascosto ai genitori, prendono un treno e in terza classe arrivano a Roma, città del sogno, della fama, delle possibilità, del divertimento “vero”. Ma Roma, più che un progetto di vita, è una fuga dalla provincia. Arrivano impreparati. Non sanno dove dormire né cosa fare. Scambiano il Grand Hotel con la pensione di Matelica e sono cacciati e umiliati. Dormono alla stazione, fanno i lavapiatti, mangiano gli avanzi del mercato. Dopo una settimana decidono di prendere un treno merci per Milano. Dopo poche fermate, sono scoperti da un ferroviere e consegnati ai carabinieri e, passate due ore in cella senza mangiare, confessano generalità e residenza. Il padre di Mattei, arrivato da Matelica, li prende in consegna dai suoi ex subalterni senza dire una parola. Fuori dalla caserma, appioppa al giovane un sonoro ceffone gridandogli: “Mascalzone, hai fatto piangere tua madre!”; la frase addolora Enrico ben più dello schiaffo.

La fuga a Roma è il fallimento e la sconfitta di un sogno che ha preso le vesti di una fuga, disordinata, disorganizzata, eppure audace. E’ un incidente critico che insegna a Mattei qualcosa su sè stesso. La sua incapacità di adattamento a un ambiente che non lo soddisfa è radicale. Con l’amico Fabiani ha cominciato un nuovo allenamento. Quello del sogno ad occhi aperti. Il sogno di crescere, di emanciparsi, di diventare migliore, perlomeno nello status sociale. Chi ha i soldi fa più colpo con le ragazze del paese. E’ il tipico disadattamento di chi ha una potenzialità di leadership e una motivazione al potere, incentrata anche sull’amore per i suoi simboli: vestiti, denaro, beni materiali, una casa. La motivazione al potere crea un bisogno che può essere appagato solo dall’ascesa economica e sociale, dalla definitiva liberazione dalla miseria. Mattei ha la fretta, tipicamente adolescenziale, del “tutto e subito” che trasfigura l’audacia in temerarietà. E’ una potenzialità non ancora allenata, curata, valorizzata. Un coraggio non ancora incanalato dentro un progetto. Un sogno che è ancora acerbo per trasformarsi in una meta. Eppure gli elementi motivazionali, l’amore per la sfida, il coraggio nell’affrontarlo, il demone dell’ambizione sono già maturi, presenti, indomabili. Serve un progetto, un contesto, un’idea, e un maestro che alleni un talento così forte da permettere l’ascesi sociale. Servono le condizioni per allenarsi e autosuperarsi. La preparazione di base c’è: il ragazzo a quindici anni sa già lavorare per dieci ore il giorno, per sei giorni alla settimana.

Mattei, dopo un nuovo periodo di disorientamento e di abulia, sembra finalmente trovare nuovi obiettivi. Nel 1922, entra in una delle più grandi fabbriche del paese: la Conceria Fabretti dei fratelli Fiore. Proprio per il suo amore per il potere, la fabbrica gli appare come il simbolo della grandiosità: 150 operai e macchinari d’avanguardia. E’ probabile che il giovane, affamato di gloria, stressato dall’ambizione, incapace di accettare il proprio status, viva l’entrare nella più grande e moderna industria di Matelica come un’opportunità nuova. Aver maturato la sete di ascesi sociale, che lo aveva indotto a fuggire a Roma e a tornare sconfitto (altro esempio che il talento non è per nulla innato), lo porta a entrare in fabbrica con un atteggiamento del tutto diverso dal passato. E’ come se l’esperienza umiliante della fuga, l’abbia forgiato nella possibilità di valorizzare il sogno di emancipazione sfruttando le opportunità anche di un paese come Matelica. Mattei reagisce all’umiliazione del fallimento romano, crescendo. E’ come se imparasse da sé e da questo tentativo infantile di realizzarsi. Comincia a comprendere che per diventare un leader e saziare il suo bisogno di potere, deve essere un buon follower e sviluppare le sue capacità di apprendimento. Nella nuova fabbrica, i suoi capi sono preparati, specializzati e generosi. Lui si mostra disponibile e volenteroso. Gli operai, che lo chiamano affettuosamente Richetto, gli insegnano tutto quello che sanno sulle sostanze e la loro lavorazione.E Mattei scopre la sua concezione della felicità: è la felicità del fare, dell’opera, che assume il connotato dell’innovazione, dell’eccellenza, ma è anche la possibilità di crescere, acquisire competenze, autosuperarsi e apprendere; è dentro questo quadro che Mattei impara anche a relazionarsi con chi ha autorità, esperienza, capacità di mostrargli come si fanno le cose. Impara a leggere i contesti, sfruttarne le opportunità, sapersi adeguare e adattare se gli è permesso di imparare ed essere riconosciuto per gli sforzi profusi e i risultati raggiunti. Comincia a comprendere che la strada dell’autorealizzazione, correlata con l’ascesi e i simboli del potere, passa attraverso l’amore per l’apprendimento e la capacità d’intessere relazioni con chi possa farlo crescere.

L’ambizione a crescere e fare carriera, la capacità di apprendere con umiltà e dedizione sono notati e ricompensati da un ambiente che nell’eccellenza innovativa e nella crescita organizzativa vede i parametri del suo successo. Entra come fattorino a sedici anni, a diciassette è operaio alla purga, a diciotto tecnico e addetto alla segreteria (impara a scrivere a macchina, lui che ha la sesta elementare ma anche le basi ricevute da Nonna Ester), a diciannove è vicedirettore del laboratorio chimico, a venti è direttore tecnico.  Ha trasformato il sogno in progetto e l’ambizione in capacità di autosuperarsi. Le sue capacità relazionali si combinano con l’orientamento al risultato di eccellenza.  I suoi demoni inquieti cavalcano verso la meta agognata. Il ragazzino abulico, indomito, indisciplinato, casinista, è diventato prima un sognatore, poi un giovane che vuole crescere acquisendo sempre nuove competenze, esercitandosi, allenandosi, apprendendo dai più anziani e mettendosi all’opera per verificare quanto appreso. Dal ruolo di fattorino, è un incessante esercizio di autosuperamento. Il contesto aziendale, che ripaga i suoi sforzi e le sue capacità con la carriera, ne alimenta la motivazione, la perseveranza, la responsabilità. A venti anni è la guida della famiglia. Ora può permettersi i simboli tanto agognati: comincia a vestirsi bene, prende la patente e gira con la macchina aziendale. All’ora dell’aperitivo, lo si può trovare in uno dei più eleganti bar di Matelica, sigaretta in una mano, Campari nell’altra. Non dimentica la felicità del piacere immediato, ma l’ ascrive come ricompensa dello sforzo, del sacrificio e dei risultati ottenuti. Il breve periodo di ferma non ne blocca l’ascesa. Diventa direttore di stabilimento e braccio destro del padrone. Con i soldi apre un negozio di stoffa per la madre. Ma la crisi del ventinove blocca tutto e costringe la sua amata fabbrica a chiudere.

La sua terra natia è la palestra dove si è allenato per la vita. Le radici, forgiate in un’adolescenza che diventa progetto d’identità sociale e culturale, rimarranno sempre nei suoi ricordi. E’ lì che ha dimostrato a se stesso dove può arrivare con lo sforzo di un allenamento atletico e acrobatico, applicato al saper fare. Ha ventitre anni, una bella valigia di cuoio, due abiti su misura, alcune cravatte di seta, una lettera di referenza e una serie di contatti che gli ha fornito il suo ex datore di lavoro. Arriva a Milano. La conceria è stata la palestra della relazione con maestri e colleghi, dell’apprendimento continuo, dell’ambizione che può essere soddisfatta, dell’impegno perseverante, della competenza organizzativa. Milano diventa la palestra della competenza commerciale. Conosce bene il suo mestiere: di vernici e solventi per concerie sa tutto. Non deve far altro che applicare quanto appreso in una condizione del tutto nuova: l’indipendenza professionale. Una nuova straordinaria sfida di crescita lo attende. Gli piace avere un obiettivo sfidante che, se raggiunto, lo ripaghi dei sacrifici in termini di status, soldi, possibilità sociali. Presto numerose aziende gli offrono la rappresentanza. I suoi clienti sono imprenditori, industrie, commercianti. Pochi mesi dopo la Lowenthal, importante industria tedesca produttrice di macchine e servizi per l’industria conciaria, gli offre la rappresentanza generale per l’Italia. Comincia a viaggiare per tutto il regno, conosce dirigenti e imprenditori, diventa uno straordinario venditore. Nel tempo libero, ama la pesca, i night club e le belle ragazze. S’impegna e si diverte. Ma non gli basta. La sua sete di apprendimento e di crescita deve in qualche modo essere soddisfatta anche sul piano relazionale. Deve avere un riscontro. Mattei non dimentica l’umiliazione del Gran Hotel di Roma né quella del garzone di bottega. L’umiliazione cela l’ambizione, la coscienza di essere diverso, l’esigenza di essere riconosciuto e rispettato.

Nel 1931, si sente pronto a diventare un imprenditore. Ma forse memore della fuga fallita a Roma e forgiato dalle esperienze lavorative, sa che essere audaci non significa essere temerari. Gli piacciano le sfide, affronta gli ostacoli come motivazioni ulteriori, ma stavolta sa darsi un progetto e una strategia di transizione che gli copra le spalle. Ha ventiquattro anni e da due anni è a Milano. Il tempo per Mattei scorre sempre intenso e veloce. Conosce il mercato, i prodotti, i clienti, i processi di produzione, i migliori fornitori. Il suo non è un grosso capitale. Sono risparmi accumulati con il lavoro, non certo eredità nobiliari. Affitta un capannone a Greco, compra una caldaia usata e una serie di apparecchiature per la produzione di solforicinati, solfonati, prodotti ausiliari e vernici. Mentre investe, mantiene incarichi commerciali e consulenze tecniche che, oltre a fornirgli introiti economici aggiuntivi, arricchiscono continuamente le sue competenze tecniche. Solo quando si sente sicuro, sceglie di diventare imprenditore a tempo pieno e dà le dimissioni da tutti i suoi incarichi.  La sua lettera di dimissione alla Lowenthal è uno spaccato delle potenzialità di Mattei e della sua tensione a realizzarle. In questa missiva, Mattei ringrazia l’azienda per la fiducia che gli ha accordato. Il suo lavoro, dice, ha permesso all’azienda di conquistare una posizione di primato nel mercato italiano. Mattei ha raggiunto gli obiettivi più ambiziosi aprendo opportunità di sviluppo straordinarie per l’azienda tedesca. Ma proprio questi risultati straordinari lo spingono ora a dare le dimissioni. “Oggi con il lavoro normale io non provo alcuna soddisfazione morale, perché, a differenza di tutti gli altri, io sento il bisogno dell’ostacolo e di far valere in un certo qual modo la mia opera, perché altrimenti finisco di ammalarmi.”

Mattei prende consapevolezza che le sue motivazioni al potere, la sua ambizione a crescere, la sua tensione all’eccellenza, le sue potenzialità di leadership e di audacia, la sua proattività e tensione all’autosuperamento, la sua concezione della felicità incentrata nella costruzione dell’impresa ardita e sfidante, possono essere soddisfatte solo in un percorso di allenamento intenzionale che lo porti a perseguire obiettivi irti di ostacoli e colmi di difficoltà. E’ l’allenamento del talento, che quando non si riesce a esprimere dentro un’opera o un contesto, porta le stesse potenzialità a entrare in sofferenza. E’ come se ogni cima raggiunta, una volta esplorata, diventi una pianura. Subentra allora il relax e poi la noia, una vera e propria malattia dell’intraprendenza. Il lavoro diventa un’esperienza ottimale solo se comporta lo sviluppo del talento attraverso obiettivi altamente innovativi, che, una volta raggiunti, vanno superati. Solo la sfida sempre rinnovata alimenta la tensione all’autosuperarsi: compentenze tecniche, commerciali, imprenditoriali, organizzative possono generare soddisfazione se sottoposte alla tensione che richiede la cura e lo sviluppo del talento individuale. Al contrario, Mattei si sente deprivato della sua energia, disorientato, minato nella volontà. Probabilmente le stesse emozioni che sentiva a scuola prima di mollarla definitivamente e che lo avevano portato a divertirsi e a perdersi contemporaneamente.

Dopo le dimissioni fonda l’Industria Chimica Lombarda, specializzata nella produzione e commercializzazione di vernici, grassi, saponi speciali per le industrie conciarie. Mattei sa che per chi viene dalla gavetta, la possibilità di emergere è fornita da contesti innovativi, all’avanguardia, dove è più facile crescere per meriti, per progetti inediti, per competenze che altri non hanno piuttosto che attraverso lo scontro contro posizioni solidificate. Inoltre deve affrontare la scarsità di capitali (i suoi tanto amati ostacoli). Per questo inventa un’industria che precorre i tempi. I suoi prodotti richiedono lavorazioni semplici, basso impiego di manodopera, tempi di produzione ristretti. Mattei valorizza le sue capacità commerciali, continua a girare per l’Italia e mette il fratello a direzione dell’impresa. La sua azienda può produrre in base alle committenze che costruisce in ogni parte del paese. In tal modo lavora on demand, just in time, senza scorte di magazzino e senza eccessivo immobilizzo di capitali, decenni prima che lo facciano gli americani e i giapponesi. Il fatturato cresce in modo esponenziale: nel 34 è di 296.000 lire, nel 36 1.368.000, nel 38 2.640.000. A trent’anni è un uomo ricco, un imprenditore che si è fatto da solo in un paese dove il regime non favorisce certo l’impresa privata.

A Milano conosce Boldrini, marchigiano come lui, professore alla Bocconi. La frequenza della borghesia marchigiana a Milano è parallela all’ascesa sociale e allo sviluppo delle capacità relazionali. La sua seta di crescita ora diventa anche culturale. Boldrini comincia ad allenare la coscienza politica di Mattei, diventa suo mentore (ha sedici anni di più) e amico stretto. La capacità di Mattei di frequentare gente migliore di lui per apprendere e crescere è tenace. Ascolta attento, assimila ogni cosa. Si fa una nuova idea del fascismo, del mondo, delle ingiustizie sociali. Impara cosa significa solidarietà e patriottismo. Boldrini gli insegna a superare il suo individualismo. Insieme al suo nuovo mentore, Mattei comincia a sognare un’Italia redenta dalla miseria grazie al contributo dei piccoli proprietari coltivatori, degli artigiani e dei piccoli imprenditori, magari organizzati in consorzi e cooperative. La crescita di un’impresa ha senso se crea sviluppo per la collettività e per il paese. Lo stato può avere una funzione regolatrice. Il fascismo è ingiusto e anticristiano perché inneggia alla forza e alla sopraffazione. Boldrini parla della possibilità di un’Italia diversa, Mattei comincia a pensare quale possa essere il suo contributo pratico per realizzarla.

Nei primi anni milanesi, impegnato nella crescita commerciale e imprenditoriale, Mattei ha la necessità di dare l’immagine del buon fascista. Una scelta obbligata per l’imprenditore, ma anche un riflesso del suo patriottismo pragmatico, inizialmente poco attento alla riflessione teorica e alla cultura politica. Nella sua casa di Milano, grazie all’amicizia di Boldrini, Mattei ospita lunghe serate di conversazione con Fanfani, Vanoni, Falck, Dossetti, La Pira. Quando l’Italia entra in guerra, decide di rallentare la produzione. Le fonti sul destino della fabbrica sono incerte: per Lomartire (si veda la bibliografia) sembra che la fabbrica chiuda ma che Mattei continui a pagare gli operai, sia per non farla confiscare, sia per evitare che vadano in guerra; per Galli (in bibliografia) sembra invece che chiuda per evitare di collaborare con i tedeschi. Ad ogni modo, durante la guerra, l’attività imprenditoriale subisce una forte contrazione mentre la sua coscienza politica si trasforma. Mattei ha molto tempo libero, il suo principale nemico, la noia, bussa alla sua porta. Allora, grazie a Boldrini, prende contatto con il CLN locale ed entra nella resistenza. La sua conversione antifascista è recente, non ha alcuna esperienza militare, e, all’inizio, viene accolto con cautela e freddezza persino dalle formazioni partigiane intorno a Matelica. Mattei ne soffre, ma sa di avere una nuova sfida: dimostrare che è degno di fiducia e che la sua opera è indispensabile. Si getta a capofitto nel nuovo impegno mettendo a frutto tutte le sue competenze. Diventa una sorta di manager della resistenza. Procura armi e munizioni, vettovagliamenti e medicine; comincia un’opera di proselitismo cercando di guadagnare sotto la bandiera democristiana le formazioni partigiane che sfuggono all’egemonia comunista; costruisce una rete di informatori e di rifugi attraverso le parrocchie coinvolgendo suore, preti, parroci e chierici; diventa presto il coordinatore delle formazioni partigiane cattoliche dell’Alta Italia. Pur essendo un nuovo arrivato, riempie un vuoto di potere e di organizzazione, perché nelle fila politiche del cattolicesimo la resistenza armata è solo agli inizi, mentre quella comunista è ben sviluppata e organizzata. E’ un gap che fa temere per le sorti degli equilibri politici del dopoguerra. Le capacità imprenditoriali di Mattei e la sua rete commerciale procurano soldi. La sua competenza organizzativa gli permette di gestire l’amministrazione della resistenza (conserverà scrupolosamente tutte le ricevute). Le sue capacità relazionali producono una rete di solidarietà, rifugio e informazioni (intrattiene ottimi rapporti anche con Longo, il massimo dirigente comunista in Italia). Insomma il talento imprenditoriale di Mattei dà un contributo importante alla resistenza, rafforza le formazioni cattoliche, contribuisce alla formazione della futura classe dirigente democristiana. Rischia più volte la vita, viene arrestato, e riesce a evadere. Costruisce relazioni di fiducia che rimarranno risorse per tutta la vita. Conosce anche Cefis, che diventerà il suo vice, il suo successore, il suo liquidatore. Sarà l’uomo incaricato di distruggere la strategia di sviluppo dell’ENI impostata da Mattei.

Proviamo a sintetizzare il processo di allenamento di Mattei:

– preadolescenza: scopre la felicità come divertimento, impara a pescare;

– adolescenza: lavora dieci ore al giorno in condizioni disumane e comincia a sognare ad occhi aperti; si evidenzia perseveranza, predisposizione all’impegno, alla fatica e alla dedizione e motivazione al potere tramite l’eccellenza;

– fuga per Roma: allena l’audacia, il sogno;

– carriera presso la conceria: allena l’amore per l’apprendimento e l’apertura mentale, le relazioni con maestri e colleghi, la motivazione all’eccellenza, la motivazione a crescere e autosuperarsi in termini di status sociale, la leadership in un contesto organizzato;

– Milano: allena la leadership imprenditoriale, la solitudine dell’indipendenza di pensiero e di progetto, la competenza commerciale, la proattività, la visione politica del proprio paese nel mondo; – alla fine del dopoguerra, ha acquisito:

1. l’autoefficacia, ovvero la convinzione di poter raggiungere obiettivi di eccellenza;

2. l’amore per l’apprendimento, la leadership, l’audacia da potenzialità si sono trasformate in talenti commerciali, imprenditoriali, organizzativi;

3. la motivazione al potere si è arricchita dell’orientamento all’eccellenza;

4. la capacità di apprendimento e l’apertura mentale, nel quadro della tensione ascetica, gli offrono chiarezza strategica e flessibilità tattica.

II parte La gara

L’AGIP è nata nel 1924. Il suo compito istituzionale era la ricerca del petrolio in Italia e all’estero. E’ un’iniziativa del regime fascista a copertura dello scandalo Sinclair e del delitto Matteotti (http://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Matteotti). Ha una tara originaria: la compenetrazione fra interessi privati e bene pubblico. Le sue attività non portano risultati di rilievo. E’ un carrozzone corporativo pieno di debiti. Nel dopoguerra, il monopolio della ricerca che gli è conferito per legge è un ostacolo alle compagnie petrolifere americane, giunte nella penisola affiancando le truppe alleate. Il CLNAI (http://it.wikipedia.org/wiki/Comitato_di_Liberazione_Nazionale) nomina Enrico Mattei commissario liquidatore dell’AGIP.  Mattei non è certo un esperto nel campo del petrolio, si è occupato di oli e solventi industriali, ma è un capo partigiano ed è stato un imprenditore di successo. Tanto basta. Ma Mattei non è affatto contento. E’ un incarico di basso profilo, destinato a finire presto. “Sono uno che apre le fabbriche, non che le chiude”, si lamenta. Accetta suo malgrado. Il suo obiettivo è espletare l’incarico il prima possibile, per fare carriera politica e ottenere poltrone ben più prestigiose. In una fredda e nebbiosa mattina, Mattei entra nell’ufficio di Via Moscova a Milano. E’ senza stipendio e senza segretaria; nessuno lo conosce. Gli impiegati fumano, leggono il giornale, chiacchierano e non si accorgono di lui. Sono abbandonati a se stessi. Mattei è depresso e scoraggiato, pensa all’Agip come una parentesi nella sua vita e reagisce sentendo ancora più forte la determinazione a uscirne il prima possibile.

Possiamo immaginarlo: triste, depresso, malinconico. L’audacia, l’apprendimento, l’apertura mentale, la tensione all’eccellenza che gli hanno conferito, tramite l’esercizio, la competenza imprenditoriale e commerciale lo inchiodano in una poltrona scomoda da cui scalpita come un animale in gabbia.

Ma poi conosce Zanmatti, suo predecessore. L’ingegnere è un tecnico specializzato, lavora per l’Agip da sempre e crede che in Italia ci sia petrolio. Durante la guerra, considerato dai fascisti un fastidioso fanatico, è stato nominato dal regime Commissario dell’Agip.

Nel primo incontro, Mattei lo aggredisce, accusandolo di essere stato un collaboratore dei fascisti e un amico dei tedeschi. Zanmatti si difende. Vorrebbe essere valutato per le sue idee e per le sue competenze tecniche. Inoltre, afferma, non ha mai collaborato con i tedeschi. La prova è che nelle sue ricerche durante la guerra, l’Agip ha trovato un enorme giacimento di metano e un giacimento di petrolio a Caviaga nel Lodigiano. Ma ha tenuta segreta la notizia, registrandola in un rapporto riservatissimo, in modo che non se ne impadronissero i tedeschi. Mattei verifica e scopre che quel pozzo, durante la resistenza, era divenuto un punto di riferimento per i partigiani, che grazie all’accordo con i contadini e gli operai, venivano riforniti di petrolio e altri beni. Ma soprattutto Mattei comincia a valutare la competenza, la determinazione e la professionalità di Zanmatti. Nelle settimane successive, Mattei parla spesso con lui, studia i documenti, e, soprattutto verifica quante pressioni gli americani facciano per chiudere l’Agip. Perché disturbarsi tanto di un carrozzone di regime in un paese dove non si è mai trovato il petrolio? Mattei prende tempo. Analizza e studia il rapporto riservatissimo su Caviaga, e, ignorando gli ordini provenienti da Roma di chiudere l’Agip, comincia nuove perforazioni nel Lodigiano. Mattei mette in atto un’altra sua caratteristica: l’apertura mentale, la capacità di cambiare idea, qualora informazione, verifiche o esperienze gli impongano di farlo. Comincia così una nuova avventura: metano e petrolio per rifondare l’Agip su nuove basi.

Come liberato da una cappa asfittica, Mattei si disfa delle sue ambizioni politiche e mette in campo il suo vero talento: la sua audacia imprenditoriale, la sua autonomia decisionale, le sue capacità relazionali e lo spirito che lo anima. Si delinea sin da allora la sua visione strategica: permettere all’Italia di raggiungere la possibilità di diventare produttrice di petrolio emancipandosi dalla dipendenza energetica dai grandi monopoli (le cosiddette Sette Sorelle, locuzione che inventò in seguito lo stesso Mattei). E’ la visione di un paese che da un’economia prevalentemente agricola, può svilupparsi su nuove basi industriali, avendo a sua disposizione l’energia e il carburante necessari. L’Italia è un paese vinto e umiliato. Le casse dello stato sono vuote. L’ostacolo è rappresentato dagli oligopoli europei e americani, decisi a escludere ogni governo dal processo di sfruttamento delle fonti petrolifere. Mattei si rende conto presto che la missione di costruire l’Agip per contribuire allo sviluppo dell’Italia significa mettersi contro coloro che gestiscono il mercato degli idrocarburi. L’Agip ha il monopolio della ricerca nella Val Padana e non lo molla. Le conseguenze sono che non riceverà un soldo dal piano Marshall.

Mattei comincia a navigare cercando di sfruttare le correnti della politica ed evitarne gli scogli. Per propiziarsi De Gasperi, s’inventa populista e anticomunista. Ma, proprio a causa del suo spirito imprenditoriale, non può accettare una posizione subalterna alla politica, anche se dall’inizio questa è la sua fonte del potere. L’Agip è un’azienda di stato, che non può prescindere dai partiti. Come può sviluppare un’azienda al servizio del bene del paese ed essere libero di gestirla secondo una visione imprenditoriale, che non soggiaccia alle logiche dei partiti? La missione è quella di rovesciare i rapporti di forza. Invece di dipendere dai partiti, Mattei opera in modo tale che i partiti dipendano da lui. Grazie alla scoperta di immensi giacimenti di metano, e a una politica dei prezzi ben superiore a quella dei costi, Mattei comincia ad avere enormi risorse finanziarie a disposizione: può mettere in pratica la sua visione. Cercare petrolio, costruire l’Agip, diventare un uomo potente grazie alla potenza dell’impresa che dirige. La tattica è valorizzare il metano per arrivare al petrolio.

Da burocrate in attesa di carriera politica diventa un leader carismatico che crede nella sua visione. Una visione che soddisfa anche la sua sete di potere, le sue ambizioni di finire nei libri di storia. Non gli interessano i vantaggi personali. Mattei vive con la moglie in albergo, non può avere figli, e l’unico lusso che si permette è andare a pesca (Montanelli suo acerrimo critico insieme a Luigi Sturzo riconoscerà l’assoluta mancanza di tornaconti personali nella sua opera). La sua identificazione con l’azienda è totale, la sua visione è trascendente, la sua dedizione è incondizionata, l’amore per il suo lavoro, l’azienda e il paese è vivo, personale, appagante. Il carisma di Mattei deriva: un imprenditore che vuole portare un’azienda di stato all’apice del mercato mondiale grazie ai benefici che riesce a dare al suo paese. Se voleva creare un’impresa piena di ostacoli, non poteva trovare un terreno migliore!

Si percepisce da subito la missione storica che offre ai suoi collaboratori, l’afflato pionieristico, la tensione e la coesione del guerriero, in lotta con i poteri più forti del pianeta. Un imprenditore che non rischia il capitale, perché l’azienda non è sua. Rischia direttamente la vita. Quando l’Agip ricomincia a vivere e inizia a crescere, coloro che ci lavorano sentono di far parte di un’impresa pionieristica in lotta per il futuro del proprio paese. L’aumento dei posti di lavoro è esponenziale. A Mattei scrivono tutti: la mamma, i paesani di Matelica, i parenti, gli amici d’infanzia, i compagni di scuola, i colleghi della conceria, i clienti degli anni trenta, i sindaci, i consiglieri, i parroci, i quadri dell’azione cattolica, i dirigenti democristiani. E’ il grande filone dei raccomandati che si riversa nell’Agip e alla Snam. Mattei sta al gioco. Costruendo posti di lavoro e collocando i raccomandati, consolida appoggi politici, stringe alleanze. Ha anche bisogno di assumere persone fidate. Operazioni come quella della collocazione illegale dei metanodotti (vedi dopo), richiedono riservatezza e assoluta fedeltà all’azienda e al suo capo. Coloro che sono assunti, seppure tramite le raccomandazioni, devono avere senso di appartenenza e dedizione alla causa. E’ in gioco la liberazione dell’Italia dalla dipendenza energetica e dalla povertà agricola. Un’Italia che in Mattei si disegna come quella che viene dalle campagne delle Marche, che lavora in povertà respirando il veleno delle vernici, che è stata umiliata mille volte dalle nazioni più potenti. Nella visione di Mattei c’è un’ansia di riscatto che da personale diventa culturale, politica, aziendale. E’ anche sofferenza e rabbia verso lo stereotipo dell’italiano straccione ma buono, tutto spaghetti e mandolino. Negli uffici della Snam si disegna per terra, non ci sono tavoli, ma l’entusiasmo è alle stelle. Si respira il miracolo dello sviluppo industriale. Uno sviluppo impetuoso grazie al metano. Mattei spera nel petrolio, ma intanto punta al gas; è il primo che pone concretamente in atto una politica della ricerca di fonti energetiche alternative.

La Val Padana si scopre ricchissima di metano e ci sono dodicimila imprese, che sono potenziali clienti; usano l’olio e non conoscono i vantaggi economici e ambientali del metano. Il problema è come trasportarlo dalla fonte all’azienda. Costruire metanodotti significa affrontare un mare di carte burocratiche (concessioni, autorizzazioni) e di istituzioni lentissime (dai ministeri ai comuni locali). Un manager pubblico avrebbe cominciato anni di trafila. Ma Mattei è un manager con spirito imprenditoriale e con i tempi dell’imprenditore, che non sono quelli della burocrazia né quelli della politica, in un’Italia che punta ala ricostruzione. Non è il profitto ciò che lo motiva, ma un interesse superiore a quello delle singole amministrazioni e un senso di giustizia che travalica la ratio dei cavilli legali. Mattei ignora del tutto i permessi. Viola 8.000 regolamenti, norme e ordinanze in pochi anni. Forme le pattuglie volanti. Le squadre di operai entrano nelle città di notte, scavano trincee nelle strade, dissotterrano i terreni con le ruspe, aprono varchi nella roccia con i martelli penumatici. Al mattino il solco dove deve passare il metanodotto è aperto. Le proteste degli amministratori e dei proprietari a quel punto sono inutili. Mattei si scusa, promette di rimettere tutto a posto, o dice di aver commesso un errore ed è pronto ad andarsene lasciando aperti i cantieri e le città devastate. Agli amministratori non resta che sperare che finiscano il prima possibile. Nei casi più difficili, Mattei riconosce un indennizzo e chiude la vertenza. Nel 48 i metanodotti arrivano a 257 chilometri, nel 1952 sono 2064. Nel 1946 si estraggono dodici milioni di metri cubi di metano, nel 1950 sono 300, nel 1953 sono 2000 milioni!Nel 1953, il parlamento prende atto che esiste una straordinaria e dinamica impresa di stato che offre al nord un’inedita opportunità di sviluppo industriale. E ratifica la nascita dell’Eni.

Questo incipit sarà una legge nella costituzione e conduzione dell’ENI: il dinamismo imprenditoriale deve precedere sempre l’iniziativa legislativa. E questo differenzia Mattei anche dagli altri gruppi imprenditoriali privati italiani che aspettano le leggi per fare affari senza essere efficienti nemmeno come lobby.

Già nel 48, Mattei, grazie agli introiti del metano, rinnova gli impianti, modernizza le attrezzature per la ricerca, allestisce laboratori di avanguardia, investe per formare i suoi tecnici, introduce le tecniche di Job description e Job evaluation. Comincia la prima imponente campagna di marketing dell’Italia del dopoguerra e costruisce per la Snam una rete commerciale capace di bussare alla porta di ogni impresa del nord. Crede nella potenza del marchio, inventa gli autogrill, crea una rete di ispettori per verificare la pulizia dei gabinetti nei bar dell’Agip e la cortesia degli addetti alle pompe (che devono sempre sorridere e pulire il parabrezza). Leggendarie sono le sue visite ai cantieri e alle stazioni di servizio. Con Valletta comincia la costruzione delle autostrade, trattando da pari a pari con i grandi monopoli privati italiani. Per difendere la sua autonomia gestionale dalle ingerenze della politica, finanzia partiti e correnti generando un sistema di corruzione che caratterizzerà la vita politica in Italia. Si mette a salvare aziende piccole e medie che non avrebbero alcun futuro creando il sistema di quelle partecipazioni statali che genereranno un debito esorbitante. Un innovatore e un fondatore, nel bene e nel male.

Per la riorganizzazione del personale, utilizza società di consulenza americana e interviene personalmente nelle assunzioni. Pur nel quadro delle raccomandazioni, vuole giovani motivati e pieni di talento e dedizione. In dieci anni forma centinaia di dirigenti. Si circonda di intellettuali come Fuà, Pirani e Ruffolo. Al suo fianco c’è l’amico Boldrini, ma l’allievo ha oramai superato il maestro e mentore di un tempo. Pubblica inserzioni nei giornali stranieri per far tornare a casa i migliori cervelli italiani. Con Mattei non si lavora per lo stipendio, ma per una missione: assicurare all’Italia l’indipendenza energetica e l’emancipazione dalla miseria.

L’Eni, impresa dello stato al servizio del bene comune del paese, deve essere impresa sociale, secondo gli insegnamenti di Boldrini. Mattei la vede come impresa famiglia che si prende cura del benessere dei propri dipendenti. A San Donato fonda Metanopoli. Torri di acciaio e cristallo per gli uffici, palazzine e villette per i dipendenti, scuole, asili, centri sportivi, chiese, spazi verdi e viali alberati. Uffici funzionali con aria condizionata e ponti radio, mense aziendali dove possono mangiare operai, impiegati e dirigenti. Ci sono persino tour operator e agenzie di viaggi per le vacanze al mare o in montagna. Cose anormali oggi (pensiamo ai subappalti di Jobs in Cina), che allora erano ancora più innovative. L’impresa deve essere attenta al benessere dei suoi dipendenti e alla qualità della loro vita.

Nel 1953 nasce l’ENI, e Mattei, che non ha ancora trovato il petrolio in Italia (seppure ne ha sfruttato a scopo politico e propagandistico le poche scoperte fatte), si getta nell’arena internazionale. Dopo la morte di De Gasperi, l’imprenditore marchigiano, che ha già assunto un’autonomia gestionale e politica dai partiti, sa che nessun leader politico è pronto ad assumere una leadership forte nel paese. Non ha alcuna possibilità di trovare un partner quale era De Gasperi. Mattei radicalizza il suo ruolo imprenditoriale e comincia a sfruttare le varie correnti democristiane esclusivamente in funzione strumentale. “Mi servo dei partiti come di un taxi. Mi portano da un punto all’altro. Scendo e pago la corsa.” Gli immensi utili derivanti dal monopolio del metano nella Val Padana glielo permettono.

Sul proscenio mondiale, parte da una posizione d’infinita debolezza, pur essendo a capo di una holding pubblica. E’ un piccolissimo produttore, opera in un paese importatore e consumatore, è un petroliere senza petrolio. Il cartello del petrolio, potentissimo, è già suo nemico. L’Agip e poi l’Eni gli hanno impedito di insediarsi in tutto il nord Italia. Nel 1954 il cartello rifiuta di offrire all’ENI un posto nel Consorzio di Abadan, inferendo una terribile umiliazione. Mattei, che si era distinto con De Gasperi per le posizioni anticomuniste, diventa filo-comunista e antiamericano (si veda intervista di Mattei su http://www.youtube.com/watch?v=enJOCigHqEw).

Elabora una sua visione del mondo, si dota di una strategia politica e di un’organizzazione internazionale (presto le sedi dell’Eni saranno più numerose e soprattutto più efficienti delle ambasciate). Come capitano d’industria, sa che il potere politico è troppo debole per permettere di espandere l’ENI all’estero. Il petrolio deve ora sostituire il metano come base dell’impero Eni e della crescita economica dell’Italia. La sua politica deve essere espansiva. Per aprire una breccia nel muro costruito intorno al mercato dal cartello petrolifero, Mattei deve proporre nuovi rapporti fra paesi produttori e paesi consumatori. E per farlo promuove un’immagine dell’Italia al servizio dei paesi che conquistano l’indipendenza, quasi una sorta di fratello maggiore. Si deve fare spazio. A spallate.

Ai paesi produttori, propone lo schema 25/75 (25 all’Eni, 75 al paese che detiene il giacimento), che sostituisce il 50 e 50 stabilito dalle grandi sorelle. La sua ansia di riscatto, la sua volontà di far emergere un paese povero e analfabeta, l’ansia di superare l’inferiorità di fronte allo strapotere delle grandi nazioni europee e americane, lo porta a simpatizzare con il grande movimento anticoloniale degli anni 50. Si schiera con il fronte di liberazione algerino per l’indipendenza dalla Francia, simpatizza con Nasser in Egitto, fa accordi con l’Urss, tenta di stabilire relazioni commerciali con la Cina, si avventura in trattati commerciali con la Tunisia, la Libia, l’Iran e il Maracco, riesce a entrare in Nigeria. Mattei sfrutta come proprio punto di forza il fatto che l’Italia non è un paese colonialista. Può affiancarsi alle elite del terzo mondo come un’azienda che lotta per obiettivi comuni: l’indipendenza, lo sviluppo, la crescita, la fine del dominio dei vecchi oligopoli. Riesce a fare accordi con Teheran, con i paesi del nord africa, ed è costantemente boicottato dagli Stati Uniti. Ciò che disturba in Mattei non è la forza economica, ma la linea politica.  Finanzia movimenti indipendentisti che sono filosovietici, contribuisce ad accelerare la decolonizzazione, è amico di leader invisi agli Stati Uniti. Grazie alla politica di Mattei, l’Urss diventa fornitrice del 16% del petrolio consumato in Italia, che ne diventa il maggiore importatore occidentale.

L’idea è quella di offrire ai paesi produttori la possibilità di partecipare alla valorizzazione delle loro risorse con gli stessi diritti. Sa che i rapporti fra grandi compagnie, paesi produttori e paesi consumatori sono destinati a cambiare. Ma i ritmi sono più lenti di quelli che Mattei immagina.

Il suo attivismo imprenditoriale nell’offensiva internazionale pretende di sostituire un’intera classe politica nel realizzare un’efficacia politica estera per tutelare gli interessi nazionali. E’ un combattente tenace oltre ad essere un imprenditore audace, che sa di scontrarsi con nemici potenti che nessun leader politico è in grado di mettere in discussione. La classe politica democristiana dopo la morte di De Gasperi, è frammentata in poteri che sanno esprimere interessi settoriali, ma che non hanno una visione d’assieme, figuriamoci una visione del mondo o della politica estera. Si accontentano di essere sovvenzionati. In cambio, Mattei non esita a truccare i bilanci (inventa la contabilità creativa) per poter disporre di tutte le risorse necessarie alla sua politica espansionistica. In teoria dovrebbe dichiarare i proventi e versarli allo stato. Ma lo stato è gestito dai partiti che lui stesso finanzia e che non hanno le sue priorità né in termini di sviluppo aziendale né in termini di sviluppo nazionale. La mancanza di autorevolezza della politica, diventa un punto di forza dell’audacia imprenditoriale. Sa che più il governo è debole, più egli è forte. Ma  la sua posizione di forza, ma sullo scenario internazionale è anche la sua posizione di maggiore debolezza (i cartelli hanno l’alleanza dei propri governi). Un governo e una classe politica incapace di controllarlo è anche un governo e una classe politica incapace di sostenerlo e difenderlo.

Nel 1962 l’Eni ha 229 miliardi di debiti a fronte di profitti annui di 50 miliardi. Una situazione economica non certo negativa. E’ possibile che Mattei si preparasse a un armistizio con le compagnie petrolifere, in particolare con quelle americane. Mattei è ancora un petroliere senza petrolio ma la sua posizione è molto più forte che nel passato. I pozzi nel Sinai, le basi in Libia, le concessioni in Algeria sono tutte molto promettenti. E’ probabile che Mattei, per avviare nuovi investimenti in oleodotti pensasse a un accordo internazionale, che però non fosse certo una capitolazione. La morte di Mattei è la morte di un progetto, di una visione, di un’idea: rendere l’Italia un paese emancipato dalla dipendenza energetica e in grado di competere con le grandi potenze mondiali. La strategia di Mattei verrà liquidata dal suo successore, Cefis, che già in vita lo aveva abbandonato. Cefis trasforma l’Eni in un mercante senza alcuna aspirazione a diventare un produttore, in una posizione subalterna e capitolarda alle grandi compagnie. Una società che raffina, commercia e sospende ogni iniziativa per avere il proprio greggio. Solo decenni dopo, il testimone di Mattei verrà ripreso. L’Eni oggi è un gigante multinazionale, una public company, ed è la sesta compagnia petrolifera del mondo. Mattei non avrebbe forse mai immaginato che la sua vecchia Agip diventasse così potente. Se altri l’hanno fatto, lo devono a quello che Mattei riuscì a fare in solo dieci anni.

Il grave errore di Mattei fu quello di non costruire un’equipe dirigente intorno a sé. Mattei si identificava con l’Eni e viceversa. Il suo carisma e la sua visione infondevano motivazione, dedizione, impegno, senso di appartenenza a un’impresa che aveva un ruolo storico. Lavorare per l’Eni era lavorare per la storia. Ma non vi era un gruppo di stretti e fidati collaboratori in grado di portare avanti la sua strategia e il suo metodo qualora Mattei fosse caduto prima di raggiungere il suo obiettivo. Era un accentratore straordinario. Identificandosi nell’azienda, non pensò alla formazione di un gruppo dirigente che potesse raccoglierne il testimone. E’ la cultura imprenditoriale che glielo impediva. Mattei aveva sempre e solo rapporti bilaterali. Non formò mai una squadra di dirigenti. Per questo fu possibile liquidare la strategia dell’ENI liquidando Mattei.

Oggi sappiamo con certezza che Mattei fu ucciso. Sul mistero della sua morte si è scritto moltissimo, ma invano. Nessun colpevole è stato trovato. Sarebbe ora comunque di cercare di comprendere la lezione di Mattei in vita. Forse solo comprendendo la sua autentica vocazione strategica, è possibile comprendere anche le ragioni del suo stesso assassinio. Cancellare l’uomo in Italia ha significato cancellarne la memoria.

La vicenda umana e imprenditoriale di Mattei, ci dice che la vita incentrata sull’esercizio è un’impresa che procede per obiettivi, motivazioni intrinseche, tendenze all’autosuperamento. La sua cornice sostanziale è la ricerca e l’affermazione di senso e significato. Senza mete che siano importanti, avvincenti, appassionate, sentite e pensate come proprie, l’esercizio si ridurrebbe a virtuosismo. L’energia sarebbe breve. La rinuncia subentrerebbe di fronte ai primi ostacoli e difficoltà. L’identità, l’ambizione, la formazione richiedono motivazioni forti. Esigono un’idea del mondo, del sé, dell’altro, dell’opera e una concezione del bene che trascenda l’essere. La convinzione dell’importanza della meta ascetica spinge all’allenamento e motiva ad affrontare le gare più sfidanti. E’ una convinzione che va scovata, cercata, scoperta e inventata nei contesti storici in cui viviamo. E’ inverata nella prassi e nelle emozioni di soddisfazione, appagamento, gratificazione che è capace di suscitare. Non ricerca il benessere. Perché può condurre a perseguire il bene anche mettendo a repentaglio il proprio essere, persino incontrando la morte.

Mattei fu uno straordinario innovatore. Fu il primo e, per ora, ancora l’ultimo, a svolgere il suo ruolo di manager attraverso le sue competenze imprenditoriali e commerciali. E questo grazie alla ferrea convinzione di perseguire un progetto e una meta che andava ben oltre i suoi interessi personali. Non rischiava capitale proprio, ma la sua esistenza. I suoi numerosi errori, spesso dovuti all’ambiente storico, non possono nascondere il suo esempio di straordinario talento costruttivo. Mattei ci dimostra cosa produce l’esercizio costante e tenace per l’autosuperamento.  Ricordiamo le dieci ore al giorno di fronte alle vernici, l’allenamento a sognare ad occhi aperti con il proprio amico di fabbrica, l’afflato a seguire le proprie ambizioni a Roma in forma temeraria e poi con la maturità a Milano da solo e senza alleati, la sfida appassionata rappresentata dagli ostacoli, lo sviluppo delle sue capacità relazionali, la competenza organizzativa, quella commerciale e quella di leadership, la forza di reagire alle sconfitte, l’apertura mentale che non capitola sui principi ma permette flessibilità tattica, la forza di trasformare gli errori in opportunità, il pensiero che permette di avere un’idea sul mondo e una strategia per trasformarlo.

Soprattutto Mattei dimostra cosa può generare l’amore per il sapere e per l’apprendimento continuo. Il preadolescente capriccioso che rinuncia alla scuola a dodici anni per perseguire il divertimento facile con gli amici, diventerà l’uomo che durante la guerra ottiene il diploma in ragioneria e l’imprenditore-manager che riceverà cinque lauree honoris causa. Mattei dai sedici anni in poi non ha mai smesso di imparare, cercare maestri, formare le sue competenze, coltivando i suoi migliori tratti del carattere perché generassero talenti. Ha permesso ai propri bisogni di emancipazione e di ambizione di produrre energie inesauribili per le sue imprese. Ha perseguito la felicità come opera storica e straordinaria senza tentennamenti. Ha dedicato la sua vita alle sue idee. E, quando non ha potuto avere figli, ha rilanciato pensando e curando la sua impresa come fosse la sua famiglia, pur rimanendo devoto a sua moglie. Ha dedicato la sua vita alla sua missione rischiando molte volte di essere ucciso, prima contro i nazisti e i fascisti, poi contro poteri forti e senza scrupoli. E l’ha fatto cosciente della posta in gioco. Ha passato infinite notti insonni, piene di incubi e di paure e giornate così colme di soddisfazione da piangere per la gioia. Da un piccolo paese delle Marche, ha girato ogni parte del mondo e frequentato operai e principi, sapendo relazionarsi con chiunque. Ha vissuto un’epica, fatta di guerre mondiali, rivoluzioni, conflitti, attentati, corrotti e corruttori ma anche di indomiti pionieri pronti a reagire, a lottare, a costruire. E in questo incedere caotico e convulsivo, come l’adolescente irrequieto, non ha mai smesso di divertirsi con le ragazze, appena poteva. E, soprattutto, non ha mai smesso di pescare. Anche all’apice della sua fama, il suo unico vezzo era farsi accompagnare dall’aereo aziendale, in un posto per pescare. Da solo, in silenzio.

Luca Stanchieri



1 Commento a Enrico Mattei: ritratto di un imprenditore anomalo

  1. Da solo questo articolo vale un saggio; io lo introdurrei come caso di studio durante il corso.
    Magnifico, grazie.

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